Si assomigliano, ma sono oggetti diversi, fatti per scopi diversi. La mascherina chirurgica non è un dispositivo di protezione per chi lavora tra polveri e fumi: lì serve un facciale filtrante, della classe giusta.
Capita spesso di vedere qualcuno che carteggia, taglia o spazza con addosso una mascherina chirurgica, convinto di essere protetto. Non lo è, o lo è molto poco. Per capire perché basta guardare a cosa serve ciascuno dei due oggetti e quali prove deve superare.
Il suo nome corretto è maschera facciale ad uso medico. È nata per la sala operatoria: serve a trattenere le goccioline di chi la indossa, perché non raggiungano il paziente. Segue la norma EN 14683, che la divide in Tipo I, II e IIR, dove la R indica la resistenza agli schizzi, e rientra tra i dispositivi medici, non tra i dispositivi di protezione individuale.
Ripara chi la porta da schizzi e gocce, e non è poco. Ma non aderisce al viso e nessuna prova misura quanta aria entra dai bordi: polveri fini, fumi e nebbie passano di lato. L'INAIL lo dice senza giri di parole: le mascherine chirurgiche non sono DPI.
Quello che comunemente si chiama mascherina FFP2 o FFP3 è una semimaschera filtrante contro le particelle, o facciale filtrante: FF sta appunto per facciale filtrante, P per polveri. Segue la norma EN 149 ed è un dispositivo di protezione individuale di terza categoria, quella dei rischi che possono causare danni gravi o irreversibili. È fatto per proteggere chi lo indossa.
La differenza decisiva è nelle prove. Non si misura solo quanto filtra il materiale, ma la perdita totale verso l'interno: tutta l'aria non filtrata che arriva a chi respira, dal filtro, dai bordi e dall'eventuale valvola. Per questo un facciale filtrante protegge solo se aderisce bene al viso.
| Mascherina chirurgica | Facciale filtrante FFP2 o FFP3 | |
|---|---|---|
| Che cos'è | dispositivo medico | dispositivo di protezione individuale, di terza categoria |
| Norma | EN 14683 (Tipo I, II, IIR) | EN 149 (FFP1, FFP2, FFP3) |
| A cosa serve | trattenere le goccioline di chi la indossa; ripara da schizzi e gocce | proteggere chi lo indossa da polveri, fumi e nebbie |
| Tenuta sul viso | non è richiesta né provata: l'aria passa dai bordi | provata: conta anche l'aria che entra dai bordi |
| Polveri e fumi di lavoro | non è fatta per questo | sì, secondo la classe |
Le classi sono tre, in ordine crescente di protezione.
| Classe | Filtra almeno | Perdita totale verso l'interno | Protezione assegnata in Italia | Esempi indicati dai produttori |
|---|---|---|---|---|
| FFP1 | 80% | non oltre il 22% | fino a 4 volte il valore limite | polveri non tossiche: calcare, cellulosa, zucchero |
| FFP2 | 94% | non oltre l'8% | fino a 10 volte | polvere di laterizi, gesso, legni teneri, muffe |
| FFP3 | 99% | non oltre il 2% | fino a 30 volte | legni duri, fibre ceramiche, cromo, sostanze cancerogene, microrganismi |
La protezione assegnata è il numero che serve per scegliere: si divide la concentrazione dell'inquinante nell'aria per il suo valore limite, e il facciale deve avere un fattore più alto del risultato. I valori 4, 10 e 30 sono quelli usati in Italia; in altri Paesi all'FFP3 si assegna 20. Gli esempi della tabella vengono dalle schede dei produttori e sono solo indicativi: la classe giusta la stabilisce la valutazione del rischio, che tiene conto di quanta polvere c'è davvero. Per le polveri di cantiere, per esempio, l'ente inglese per la sicurezza sul lavoro indica in generale l'FFP3.


La valvola di espirazione si apre quando si butta fuori l'aria e si chiude quando si inspira. Riduce il calore e l'umidità dentro il facciale e la fatica di respirare: per chi lo porta a lungo, o fa un lavoro pesante, è un vantaggio concreto. La protezione di chi lo indossa resta la stessa, perché l'aria in entrata passa comunque dal filtro.


Cambia quello che esce. L'aria espirata passa dalla valvola senza essere filtrata, perciò un facciale con valvola non è adatto quando lo scopo è anche proteggere gli altri da chi lo indossa: negli ambienti sanitari, o dove si lavora su prodotti che non vanno contaminati. Per la polvere di un cantiere o di una falegnameria, invece, la valvola va benissimo.


Un facciale filtrante ferma le particelle: polveri, fumi, nebbie. Non protegge da gas e vapori, per i quali servono maschere con filtri specifici, e non si può usare dove manca l'ossigeno o dove non si sa cosa c'è nell'aria.
Funziona solo se fa tenuta. La barba, anche di pochi giorni, lungo il bordo impedisce l'aderenza. A ogni utilizzo va modellato lo stringinaso e controllata la tenuta, coprendo il facciale con le mani e respirando. Mettere una chirurgica sopra o sotto un facciale filtrante non aumenta la protezione e può peggiorarla.
I modelli marcati NR si usano per un solo turno di lavoro e poi si buttano; vanno cambiati prima se sono danneggiati o se respirare diventa faticoso. Non si lavano e non si disinfettano. In magazzino hanno una scadenza, stampata sulla confezione.
Infine, essendo dispositivi di terza categoria, la legge richiede che chi li usa riceva un addestramento pratico: come si indossano, come si controlla la tenuta, quando si sostituiscono.
La domanda da farsi non è «quale mascherina costa meno», ma «cosa c'è nell'aria e quanto». Per uno schizzo o per non contaminare un prodotto basta una chirurgica. Per polveri e fumi serve un facciale filtrante, e la classe dipende dalla sostanza e dalla quantità. Per gas, vapori e solventi serve una maschera con i filtri adatti.
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Fonti: Regolamento (UE) 2016/425 sui dispositivi di protezione individuale; Commissione europea, guida sui requisiti delle maschere facciali ad uso medico; INAIL, dispositivi di protezione individuale da agenti biologici; ATS Brianza, scheda sugli apparecchi di protezione delle vie respiratorie; ECDC, uso delle maschere facciali; NIOSH, rapporto tecnico 2021-107 sui facciali con valvola; D.Lgs. 81/2008, art. 77; schede tecniche dei produttori. I valori delle norme sono quelli riportati in questi documenti: il testo delle norme è a pagamento. Pagine consultate il 5 ottobre 2026.

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